Amatrice, dieci anni dopo: nelle macerie anche il cuore della Protezione Civile bresciana
A dieci anni dal terremoto di Amatrice, Davide Salvi, coordinatore delle Unità cinofile da ricerca di Ospitaletto, apre il cassetto dei ricordi e racconta a Manuel Moretti quelle ore trascorse tra le macerie. Un viaggio nella memoria fatto di soccorsi, paura e umanità, ma soprattutto di immagini che, nonostante il tempo, non se ne sono mai andate.
Sono passati dieci anni, ma ci sono immagini che il tempo non riesce a portare via. Una scuola elementare trasformata in base operativa. Le macerie a pochi metri. Un luogo destinato al recupero delle vittime davanti agli occhi dei soccorritori. E, poco più in là, un parco giochi nel quale alcune mamme cercavano di restituire ai propri bambini almeno un frammento di normalità.
Per Davide Salvi, della Protezione Civile di Ospitaletto e coordinatore delle unità cinofile da ricerca, tornare con la memoria ad Amatrice significa riaprire un cassetto rimasto chiuso per dieci anni.
Era la notte tra il 23 e il 24 agosto 2016. Alle 3.36 una scossa di magnitudo 6.0 colpì il Centro Italia. Il bilancio finale sarebbe stato terribile: 299 vittime, 365 feriti ospedalizzati e migliaia di persone senza casa. Ad Amatrice morirono 237 persone.
A centinaia di chilometri di distanza, anche nel Bresciano iniziò quasi immediatamente la mobilitazione.
Da Ospitaletto verso Amatrice
«Ci è arrivata la chiamata direttamente da un’associazione nazionale collegata al Dipartimento la mattina presto. Ci siamo messi in pista e Ospitaletto ha fatto un po’ da capofila».
La macchina dei soccorsi si mise in moto rapidamente. Solo da Ospitaletto partirono 11 volontari con sette cani. Alla colonna si aggiunsero altre realtà, tra cui il gruppo di Verolanuova e il Gruppo Soccorso Sebino di Pisogne.
Tra i volontari c’era anche Remo Bonetti, storico fondatore e presidente del Gruppo Soccorso Sebino, scomparso nel giugno scorso.
Il contributo bresciano fu rilevante: delle 44 unità cinofile impegnate nel centro storico di Amatrice, 20 provenivano dal territorio bresciano.
Le cronache di quei giorni raccontano una mobilitazione ancora più ampia. Nelle prime ore la colonna coordinata dal Bresciano arrivò a comprendere circa 45 persone e 12 cani, con squadre provenienti anche da Bergamo, Mantova e Veneto.
Uomini e animali addestrati per qualcosa che, una volta arrivati sul posto, nessuna esercitazione avrebbe potuto davvero riprodurre.
«Ad Amatrice capisci perché ti sei preparato per anni»
Quando arriva una chiamata del genere, racconta oggi Salvi, il primo istinto non è tirarsi indietro.
«Il primo pensiero è rispondere “Presente”. È quello per cui ci siamo preparati: essere disponibili quando qualcuno ha bisogno».
Poi, naturalmente, c’è la paura.
«Sarebbe ipocrita dire il contrario. Soprattutto quando sai di partire per uno scenario dove ci sono persone disperse, famiglie che hanno perso tutto e dove non sai cosa troverai».
Ma quando comincia la missione tutto il resto viene dopo.
«In quei momenti la paura passa in secondo piano. Pensi al tuo compito, al tuo cane, alla squadra e alle persone che aspettano di essere cercate. Si parte sapendo che potrebbe essere un intervento difficile, ma anche con la consapevolezza che non puoi voltarti dall’altra parte».
Dietro quella partenza improvvisa, però, c’erano anni di preparazione.
«Non ci si prepara in un giorno e nemmeno in una settimana. Dietro una partenza ci sono mesi e anni di addestramento, esercitazioni, simulazioni e lavoro di squadra».
Per le unità cinofile il rapporto tra volontario e animale diventa parte essenziale dell’intervento.
«Non basta avere un cane addestrato alla ricerca. Bisogna imparare a conoscersi, a leggere ogni segnale dell’animale e a lavorare in condizioni completamente diverse da quelle del campo di addestramento».
Oltre 72 ore tra macerie e scosse
Ad Amatrice quella preparazione venne messa alla prova nel modo più duro.
Polvere, detriti, edifici instabili, mezzi di soccorso, persone alla ricerca dei propri familiari. E le continue scosse di assestamento.
«Dei momenti di spavento ci sono stati, con delle scosse di assestamento anche molto importanti, mentre stavamo lavorando in zona rossa».
Il lavoro delle unità cinofile proseguì per oltre 72 ore. Salvi ricorda una missione complessiva durata «circa 80 ore», tra ricerca, supporto e logistica.
«Ad Amatrice ci siamo trovati davanti a uno scenario reale, drammatico, completamente diverso da qualsiasi esercitazione: macerie, rumori, odori, persone, mezzi di soccorso e una situazione emotiva molto pesante».
I cani passarono al setaccio le macerie mentre i volontari di Ospitaletto contribuirono anche alla parte logistica, allestendo il campo e dando ospitalità ad altri gruppi che non disponevano di tende per riposare.
«In quei momenti capisci quanto sia importante tutto il lavoro fatto prima. Ogni ora di addestramento, ogni esercitazione apparentemente ripetitiva, ogni uscita fatta anche con il brutto tempo acquista un significato diverso».
Una scuola, le salme e quel parco giochi
Ma a distanza di dieci anni non sono soltanto le macerie a essere rimaste nella memoria.
Il quartier generale dei volontari era stato sistemato in una scuola elementare di Amatrice. Poco distante si trovava il sindaco di allora, Sergio Pirozzi. Davanti alla struttura, ricorda Salvi, c’era uno dei luoghi nei quali venivano ricomposte le vittime.
E dietro, quasi in contrasto con tutto ciò che stava accadendo, un parco giochi.
È probabilmente questa l’immagine che più di ogni altra racconta cosa significhi trovarsi nel cuore di una catastrofe.
«La cosa che mi ha colpito è comunque ritornare alla vita nel momento dell’emergenza: vedere le mamme con i bambini all’interno di questo parco che giravano e i soccorritori che erano sdraiati vicino alle piccole tende. Ad oggi mi fa ancora venire i brividi».
Da una parte il silenzio imposto dalla morte. Dall’altra bambini che continuavano a essere bambini.
In mezzo, i soccorritori.
«Davanti alla natura sei veramente impotente»
Ci sono esperienze che terminano quando si torna a casa. E altre che continuano molto più a lungo.
«Dopo 72 ore non si rientra soltanto con la stanchezza fisica. Si torna a casa con un bagaglio molto più pesante: quello delle emozioni, delle immagini e delle storie incontrate durante l’intervento».
Per chi lavora con un cane da ricerca esiste anche una dimensione particolare, costruita nel rapporto tra i due componenti della squadra.
«Si lavora fianco a fianco, spesso in condizioni estreme, e ogni segnale può essere importante. Quando finalmente si torna a casa, ci si rende conto di quanto sia stato intenso quello che si è vissuto».
Resta anche la consapevolezza dei propri limiti.
«Spero di non avere mai più a che fare con un terremoto, perché sei veramente impotente di fronte alla natura, a questa forza della natura».
Dieci anni dopo, basta raccontare quelle ore perché i ricordi tornino in superficie.
«Si aprono dei cassetti di questi dieci anni che ormai avevi un attimo abbandonato nei ricordi, quasi sotterrati».
Forse è proprio questa una delle eredità meno visibili lasciate da Amatrice: ciò che resta dentro chi è partito per aiutare.
«Dopo un intervento come quello di Amatrice non si torna esattamente come si era partiti. Qualcosa rimane dentro».
E in quel qualcosa c’è anche il senso più profondo della Protezione Civile: persone che lasciano casa, famiglia e quotidianità e rispondono a una chiamata senza sapere esattamente cosa troveranno.
Dieci anni fa, da Ospitaletto e dal Bresciano, quella risposta fu una sola.
Presente.
(In copertina: Amatrice, ph. Vigili del Fuoco)
