Quando il presente smette di essere un foglio bianco: la difesa del tempo interiore. Eliana Vinciguerra
Viviamo immersi in un tempo che ha smesso di scorrere per mettersi a correre. Ogni mattina, ancor prima che la luce del giorno entri dalle finestre, veniamo investiti da un’ondata di notizie, urgenze, richiami digitali e commenti su ciò che accade nel mondo. L’attualità bussa con insistenza alla nostra porta, pretendendo attenzione, reazioni immediate, indignazioni a scadenze fisse. Ma quando il presente si fa pura e semplice attualità, smette di essere il foglio bianco su cui poter scrivere una nuova storia ogni giorno.Alla mia età, dopo aver visto stagioni, epoche e mode susseguirsi come le onde sulla spiaggia, avverto con tutta la forza della consapevolezza quanto sia prezioso difendere il proprio spazio interiore da questa invasione costante. Ho capito che se ci lasciamo catturare interamente dal frastuono del presente, perdiamo la cosa più preziosa che abbiamo: la libertà di scegliere cosa seminare nella nostra giornata.L’attualità ha una sua prepotenza. Si nutre del clamore, del titolo a caratteri cubitali, della polemica che si consuma nel giro di poche ore per essere subito dimenticata il giorno dopo. È un flusso continuo che ci vuole spettatori attoniti e reattivi, mai davvero pensanti.Quando il presente si riduce a questo, la vita perde la sua profondità narrativa. Non c’è più spazio per l’attesa, per la digestione lenta degli eventi, per il silenzio da cui nascono le intuizioni più vere. Il foglio bianco,quello spazio intonso che ogni mattina ci viene donato come una promessa,viene sporcato in partenza da inchiostro altrui, da parole preconfezionate, da ansie che non ci appartengono.Diventiamo così i lettori di un libro scritto da altri, anziché gli autori della nostra piccola, irripetibile odissea quotidiana.Eppure, il foglio bianco esiste ancora. Per trovarlo, però, bisogna compiere un atto di coraggio e di resistenza gentile: bisogna spegnere il rumore.Quando mi ritiro nel mio spazio di silenzio, là dove profuma di carta, dove una candela accesa tiene lontana la frenesia e dove i colori e le storie prendono forma,sento che il tempo torna a respirare. In quel rifugio protetto, il presente non è più l’eco assordante del telegiornale o la notizia dell’ultimo secondo; il presente ridiventa ciò che è sempre dovuto essere: un dono. Un’opportunità per piantare un seme, per accarezzare un ricordo, per inventare una fiaba che parli di verità profonde o semplicemente per ascoltare il battito del proprio cuore.Nelle fiabe che amo tessere, il protagonista non si perde mai perdendosi dietro ai mille rivoli delle urgenze del bosco; sa di dover camminare con passo lento, di dover guardare le radici degli alberi e di dover ascoltare il vento. Solo così la storia si apre. Solo così il foglio torna bianco, pronto ad accogliere i segni di un nuovo inizio.Sottrarsi alla dittatura dell’attualità non significa ignorare il mondo o chiudersi in una torre d’avorio indifferenti a ciò che accade. Significa, piuttosto, scegliere da quale luogo del cuore guardare il mondo. Se lo guardiamo dal vortice dell’ansia e dell’informazione continua, ne usciremo soltanto stanchi e smarriti. Se invece ci radichiamo nella nostra interiorità,nella memoria, nella cura dei dettagli, nella bellezza di una scrittura che non ha fretta, allora potremo offrire al mondo uno sguardo lucido, compassionevole e autentico.Il presente deve tornare a essere uno spazio da abitare, non un campo di battaglia in cui difendersi. Ogni giorno è un foglio nuovo che attende la nostra voce, non l’eco di quella degli altri.Alla mia età, la più grande rivoluzione che si possa compiere è custodire la propria capacità di stupirsi, di scegliere il silenzio al posto del chiasso e di continuare a scrivere la propria storia con l’inchiostro lento e paziente della grazia.
