Il cantiere dell’anima: tra genitori imperfetti e figli in cammino. Eliana Vinciguerra
Si dice spesso, con quella profonda saggezza popolare che sa di vita vissuta, che il bravo genitore debba ancora nascere. È una frase che racchiude un’infinita dose di indulgenza: una sorta di perdono preventivo per tutte le incomprensioni, le ansie e le inevitabili cadute che accompagnano il mestiere più complesso del mondo.Tuttavia, se ci fermiamo a riflettere con autentica, spietata onestà, non possiamo fare a meno di gridare a noi stessi anche l’altra metà della verità: nemmeno il bravo figlio è mai nato.Siamo abituati a mettere i genitori sotto una lente d’ingrandimento implacabile. Pretendiamo che siano fari incrollabili nelle tempeste, porti sbarrati contro ogni male, custodi infallibili di una saggezza che non ammette incertezze.Ma quanto siamo ingiusti?
Dimentichiamo troppo facilmente che, prima ancora di assumere quel ruolo immenso e delicato, quelle persone erano semplicemente esseri umani. Avevano le proprie fragilità, le proprie ombre, i propri sogni spezzati e le ferite irrisolte di un’infanzia mai del tutto superata. Nessuno viene al mondo sapendo come si cresce un’altra anima. Si impara sulla propria pelle, giorno dopo giorno, per tentativi ed errori dolorosi, muovendosi a tentoni tra la stanchezza viscerale, un amore sviscerato e la costante, opprimente paura di fallire.E noi figli? Nel nostro cammino, quanti errori commettiamo in nome della gioventù e dell’inesperienza?Cresciamo esigenti, affamati di un’attenzione totale e di una comprensione assoluta. Diciamolo: quante volte diamo per scontati i sacrifici più immani e giudichiamo con severità spietata i limiti di chi ci ha dato la vita? Pretendiamo dai genitori un’infallibilità quasi divina, salvo poi rivendicare a gran voce, per noi stessi, il sacrosanto e fecondo diritto all’errore, all’esitazione, alla caduta e al cambiamento.Alla mia età, volgendomi indietro a guardare l’intricato arazzo della mia vita e i fili sottili che hanno intrecciato le mie relazioni più care, vedo oggi con dolorosa chiarezza come certe distanze abissali non fossero affatto dettate da assenza d’amore, ma dalla travolgente, naturale complessità dell’animo umano.Da giovani, guardiamo ai genitori con gli occhi della pretesa, del bisogno primario o dell’impetuosa ribellione.Solo con la maturità, quando la vita ci ha ormai levigato gli angoli, iniziamo finalmente a guardarli con gli occhi spogli e puri dell’empatia.Li si scopre, talvolta d’improvviso e con un groppo in gola, per ciò che sono sempre stati: anime imperfette che hanno tentato con tutte le proprie forze di fare del loro meglio, usando solo gli strumenti limitati e la sensibilità che avevano a disposizione in quel preciso istante.La vera, dirompente bellezza dei legami familiari risiede forse proprio in questo: nell’essere un cantiere perennemente aperto. Non
esistono ruoli ideali incisi sulla pietra, né formule magiche capaci di evitanne i contatti più spigolosi e dolorosi. C’è solo un lungo, paziente e coraggioso cammino di avvicinamento.Comprendere che il genitore perfetto e il figlio perfetto appartengono soltanto al regno delle favole non è affatto una resa sconfitta. È, al contrario, il primo, grandioso passo verso la vera libertà emotiva: quell’atto d’amore supremo che ci permette, finalmente, di perdonarci a vicenda e di abbracciarci stretti semplicemente per ciò che siamo.
