Riforma dell’artigianato, Confartigianato Lombardia: “Non mettiamo un tetto a chi crea lavoro”
La riforma della legge quadro sull’artigianato riaccende il confronto tra rappresentanze d’impresa. A intervenire è Confartigianato Imprese Lombardia, con il presidente Eugenio Massetti, che chiede di aggiornare una normativa risalente al 1985 e di consentire alle imprese artigiane di crescere senza perdere automaticamente la propria qualificazione. Il tema è attualmente al centro del confronto nazionale: il Governo dovrà completare l’esercizio della delega entro il 7 gennaio 2027.
“Non possiamo continuare a chiedere alle nostre imprese di crescere, assumere, innovare e competere sui mercati internazionali e poi dire loro che, se lo fanno, devono perdere la propria identità. L’artigianato non è una taglia”, afferma Massetti.
La Lombardia come laboratorio della manifattura
Secondo Confartigianato Lombardia, proprio il sistema produttivo lombardo dimostrerebbe quanto siano ormai stretti i legami tra artigianato, micro e piccola impresa e industria.
“La Lombardia è probabilmente il luogo migliore dal quale guardare a questa riforma – sottolinea Massetti – perché qui i confini tra piccola impresa, manifattura e industria non sono muri. Sono filiere”.
Le imprese, secondo l’associazione, condividono catene del valore, mercati, competenze e investimenti tecnologici. Un sistema nel quale la crescita dimensionale non sarebbe necessariamente in contrasto con la natura artigiana dell’impresa.
Confartigianato Lombardia richiama anche i dati sulla manifattura artigiana regionale: tra le imprese con almeno tre addetti, quelle che raggiungono quota 10 o più dipendenti rappresentano circa un quinto delle unità locali, ma concentrano il 43% dell’occupazione.
“Un’impresa artigiana può avere anche l’intelligenza artificiale”
Il punto, per Confartigianato, è adeguare la normativa a un mondo produttivo profondamente cambiato.
“Un’impresa artigiana di oggi può avere macchinari sofisticati, utilizzare intelligenza artificiale, investire nella transizione digitale ed energetica, esportare in tutto il mondo e avere un’organizzazione più strutturata rispetto a quarant’anni fa”, afferma Massetti.
La crescita, quindi, non dovrebbe comportare automaticamente la perdita della qualifica artigiana. L’associazione sostiene che il carattere distintivo dell’artigianato resti nella centralità delle persone, delle competenze e della capacità dell’imprenditore di adattare e sperimentare soluzioni.
La delega approvata nel quadro del Ddl annuale sulle Pmi punta proprio al superamento di alcuni vincoli dimensionali e delle rigidità relative alle forme societarie, per accompagnare le imprese nelle trasformazioni digitale ed energetica.
Il nodo della concorrenza e del costo del lavoro
Uno dei punti più discussi riguarda però le possibili differenze tra imprese artigiane e industriali in termini contributivi, contrattuali e concorrenziali.
Confartigianato respinge l’ipotesi di corsie preferenziali: “Nessuno chiede corsie preferenziali. E nessuno vuole trasformare una piccola industria in un’impresa artigiana per convenienza. Su questo bisogna essere molto chiari: competere ad armi pari è un principio che condividiamo”.
L’organizzazione sostiene inoltre che l’eventuale superamento degli attuali limiti dimensionali non comporterebbe automaticamente un vantaggio contributivo per i lavoratori: secondo la posizione espressa da Confartigianato, una volta superate le soglie previste, ai dipendenti verrebbe applicata la stessa contribuzione previdenziale delle imprese industriali di pari dimensione. La qualifica artigiana, inoltre, non determinerebbe automaticamente il contratto collettivo applicato.
Confindustria: “Servono garanzie sulla concorrenza e sui lavoratori”
Sul fronte opposto, Confindustria ha espresso preoccupazioni sulla riforma. Il presidente della Piccola Industria, Fausto Bianchi, ha sostenuto che la crescita delle imprese sia un obiettivo condiviso, ma ha chiesto risposte precise sugli effetti della modifica in materia di concorrenza, costo del lavoro, tutele e finanza pubblica.
“Il tema non è stabilire se un’azienda con 40 o 50 dipendenti sia tecnologicamente avanzata: è comprendere quali effetti produca l’eventuale estensione a quella stessa azienda di un regime originariamente costruito per una diversa tipologia d’impresa”, ha dichiarato Bianchi il 28 settembre.
Confindustria ha indicato, in uno scenario che definisce più esteso, un possibile impatto superiore al miliardo di euro annui sui conti pubblici e ha sollevato il tema del coinvolgimento di lavoratori e contratti collettivi. Sono valutazioni contestate da Confartigianato, che sostiene invece la neutralità finanziaria della riforma sul versante contributivo e nega che la nuova disciplina possa creare una “zona grigia” tra industria e artigianato.
“Piccolo non significa fragile”
Per Massetti, la discussione dovrebbe quindi concentrarsi sull’evoluzione del sistema produttivo e sulle condizioni necessarie per consentire alle imprese di investire e creare occupazione.
“Non dobbiamo scegliere tra tutelare l’artigianato e far crescere le imprese. Dobbiamo fare entrambe le cose”, sostiene il presidente di Confartigianato Lombardia.
E nella conclusione rilancia: “La Lombardia ci insegna che piccolo non significa fragile, artigiano non significa arretrato e crescere non significa diventare necessariamente altro”.
La riforma dovrà ora trovare un equilibrio tra la richiesta di maggiore flessibilità dimensionale sostenuta dalle organizzazioni dell’artigianato e le questioni sollevate dal mondo industriale su concorrenza, contribuzione, tutele e impatto sui conti pubblici. Il confronto resta dunque aperto, mentre l’iter della delega dovrà essere completato entro l’inizio del 2027.
