Acido picrico all’ex Caffaro, neutralizzati cinque chili di sostanza esplosiva
Cinque chilogrammi di acido picrico essiccato e cristallizzato, rimasti per circa quarant’anni in un vecchio laboratorio dell’ex Caffaro, sono stati rimossi e distrutti con un brillamento controllato. Il ritrovamento è avvenuto durante le operazioni di bonifica del Sito di interesse nazionale di Brescia, nell’area industriale di via Francesco Nullo.
Il recipiente era appoggiato su uno scaffale di uno degli ambienti un tempo utilizzati come laboratorio chimico. Gli operatori impegnati nella ricognizione hanno riconosciuto la potenziale pericolosità della sostanza, isolato il locale e fermato le attività nella porzione di cantiere interessata. Vigili del fuoco, forze dell’ordine, Prefettura e specialisti nella gestione dei materiali esplodenti hanno quindi coordinato la messa in sicurezza.
Gli accertamenti hanno stabilito che l’acido picrico aveva perso la componente acquosa ed era ormai completamente secco. In queste condizioni il composto diventa sensibile a urti, vibrazioni, sfregamenti e calore. Il materiale è stato prelevato da personale specializzato, trasportato fuori città e fatto brillare in una cava preventivamente evacuata a Fornovo, in provincia di Parma.
Il ritrovamento durante la bonifica dell’ex Caffaro
La scoperta risale ai giorni scorsi ed è avvenuta durante la ricognizione degli edifici industriali compresi nel cantiere di bonifica. Il contenitore, con all’interno una sostanza giallastra, sarebbe rimasto per decenni nello stesso laboratorio senza essere spostato.
Il coordinatore della sicurezza ha disposto immediatamente l’isolamento dell’ambiente, impedendo l’accesso a persone e mezzi. I lavori sono invece proseguiti regolarmente nelle altre parti dell’area.
«L’ottimo lavoro delle imprese e del coordinatore della sicurezza ha fatto sì che la situazione fosse gestita immediatamente al meglio», aveva spiegato nelle prime ore il commissario straordinario del Sin Brescia-Caffaro, Mauro Fasano. «Si sono subito accorti che quella sostanza poteva essere pericolosa, hanno isolato l’area e allertato i Vigili del fuoco».
Il CoGePir, Consorzio Gestione Pirotecnici, riferisce di essere stato coinvolto dopo l’invio di immagini del contenitore da parte dell’impresa impegnata nelle attività. Il direttore generale Piervittorio Trebucchi ha chiesto di sospendere ogni operazione nel locale, allontanare il personale e attivare immediatamente i soccorsi specializzati.
«Una situazione di potenziale estrema pericolosità»
Il punto decisivo era verificare se il composto fosse ancora immerso nell’acqua oppure ormai essiccato. L’acido picrico conservato correttamente in soluzione presenta condizioni molto diverse rispetto alla sostanza anidra.
Gli esami hanno confermato la completa disidratazione e cristallizzazione del materiale. «Dalle fotografie ho capito subito che eravamo di fronte a una bomba a orologeria», ha dichiarato Trebucchi. «Ho chiesto di bloccare immediatamente il cantiere, allontanare il personale e allertare Vigili del fuoco e artificieri».
Secondo il Consorzio, le alte temperature di questi giorni rendevano necessario intervenire con particolare cautela. Il composto secco può infatti reagire a sollecitazioni anche minime, mentre l’eventuale contatto prolungato con componenti metalliche può generare picrati ancora più instabili.
La Prefettura ha coordinato le operazioni e, secondo quanto riferito dal CoGePir, avrebbe valutato anche possibili misure precauzionali più ampie. L’evacuazione della zona circostante non si è però resa necessaria grazie alla rapida gestione dell’emergenza.
La rimozione e il brillamento in una cava
La gestione del recipiente richiedeva competenze specifiche. Non si trattava di un ordigno dotato di innesco, ma di una sostanza chimica diventata potenzialmente esplosiva a causa del proprio stato di conservazione.
Per la neutralizzazione è intervenuta Torpex, società indicata come braccio operativo del CoGePir, con una squadra di specialisti guidata dall’esperto di esplosivi Danilo Coppe. Il contenitore è stato stabilizzato e rimosso dal vecchio laboratorio senza provocare incidenti.
Il materiale è stato successivamente affidato a un trasportatore autorizzato e trasferito nella cava di Fornovo, evacuata per consentire il brillamento controllato.
La distruzione ha chiuso una delle operazioni più delicate affrontate finora all’interno del cantiere Caffaro. «Potenzialmente si sono salvate delle vite», ha sostenuto Trebucchi, sottolineando il ruolo della collaborazione tra imprese, istituzioni e specialisti.
Che cos’è l’acido picrico
L’acido picrico, il cui nome scientifico è 2,4,6-trinitrofenolo, è stato utilizzato in passato nei laboratori di istologia, nell’industria dei coloranti, nella lavorazione delle pelli e come antisettico.
La sua pericolosità dipende soprattutto dallo stato nel quale viene conservato. Quando rimane immerso in acqua è relativamente stabile e può essere gestito seguendo le procedure previste per le sostanze chimiche pericolose.
Il problema nasce quando l’acqua evapora. Il composto forma cristalli molto sensibili a colpi, sfregamenti, vibrazioni e fonti di calore. Il contatto con alcuni metalli può inoltre produrre picrati metallici, ancora più instabili.
Per questa ragione i vecchi contenitori con tappi metallici, cristalli gialli visibili o chiusure bloccate non devono essere aperti, spostati o manipolati. L’area deve essere isolata e la presenza della sostanza segnalata immediatamente ai Vigili del fuoco e alle forze dell’ordine.
L’appello a scuole, ospedali e laboratori
Il caso bresciano richiama l’attenzione sulla possibile presenza di acido picrico dimenticato in laboratori non più utilizzati, istituti scolastici, università, ospedali, centri di ricerca e magazzini industriali.
Il CoGePir invita le strutture che in passato potrebbero avere impiegato il composto a verificare i propri inventari, senza però aprire autonomamente vecchi flaconi o tentare di ripristinare la soluzione acquosa.
In caso di ritrovamento, la prima regola è non toccare il contenitore. Il locale deve essere evacuato e interdetto fino all’arrivo di personale specializzato. La sostanza non può essere versata negli scarichi, inserita nei normali rifiuti chimici o trasportata senza autorizzazione.
Lo smaltimento deve essere affidato esclusivamente a imprese autorizzate alla gestione di rifiuti pericolosi con caratteristiche esplosive.
La bonifica prosegue
L’episodio non modifica il programma complessivo della bonifica dell’ex Caffaro. Dopo l’isolamento del laboratorio, le attività sono continuate nelle altre zone del sito secondo il cronoprogramma previsto.
Il ritrovamento mostra però quanto possa essere complessa la ricognizione degli edifici industriali chiusi da decenni. Oltre alla contaminazione dei terreni e delle falde, gli operatori possono imbattersi in vecchi reagenti, macchinari, residui di lavorazione e sostanze delle quali non è immediatamente conoscibile lo stato.
Per circa quarant’anni il recipiente era rimasto immobile su uno scaffale. Il riconoscimento del rischio, l’arresto immediato delle lavorazioni e l’intervento degli specialisti hanno consentito di rimuoverlo senza conseguenze per gli operai e per la città.
(Immagine di copertina: Co.Ge.Pir | Consorzio Gestione Pirotecnici)
