NON APRIRE QUEGLI HIGHLIGHTS. Union Brescia Triestina finisce 0-0

Per molta gente, anche per noti allenatori della massima serie, il calcio è un gioco semplice: vinci se fai un gol in più dell’avversario. Facile, no?

Più o meno, rispondo io. Inizia a complicarsi nel momento in cui, guardando la partita, ti accorgi di regole stranissime come il fuorigioco, che si verifica quando un calciatore si rende attivo nell’azione partendo da una posizione, anche millimetrica, che oltrepassa la linea segnata dal corpo dell’ultimo giocatore con la maglia avversaria. Facile, no? Una volta che lo vedi fischiare quattro o cinque volte magari lo diventa, ma poi, l’inghippo: il fuorigioco passivo. In questo gioco semplice non esistono solo giocatori attivi, ma anche giocatori che, complice la loro esistenza e dunque la loro umana tendenza a essere costituiti di materia, possono influire sul gioco, ad esempio disturbando la prospettiva del portiere su un tiro. Facile, no? No. Soprattutto considerando che, spesso e volentieri, mentre il fuorigioco attivo è oggettivo, quello passivo dipende quasi esclusivamente dal lato del letto da cui l’arbitro si è svegliato quel giorno. Non parliamo poi della questione mani, da sempre considerate un privilegio del portiere, ma che a volte si possono usare per difendere, talvolta per attaccare e qualche volta, in modo del tutto occasionale, per vincere un mondiale. Detto ciò, il calcio è un gioco semplice, ma fatto di regole non semplici, a volte assurde, a volte semplicemente poco chiare.

Ma una delle più incredibili regole del mondo del calcio, a dirla tutta, l’ho scoperta soltanto qualche giorno fa quando, commentando la Serie A sul gruppo WhatsApp con gli amici di università, Tommaso se n’è uscito con la più antica regola non scritta del gioco del calcio: “Non si guardano gli highlights di una partita finita 0 a 0”.

Da qui nascono le mie domande: perché non si guardano? Cosa vogliono nasconderci dicendo di non guardarli? Ma soprattutto, chi è che non vuole che li guardiamo? Ma poi, come fa a essere la regola più antica del mondo? Gli highlights mica esistono da così tanto!
Ed è per rispondere a queste domande che, con il coraggio di chi non teme l’abisso, ho deciso di non fermarmi ai punti interrogativi, ma di sfidarli, guardando gli highlights di Union Brescia – Triestina.

L’ho fatto. Li ho guardati. L’ho guardato. Difficile stabilire l’oggetto, o meglio, la declinazione di esso. Al singolare, il video, o al plurale, gli highlights del match. Ma si può davvero parlare di pluralità di fronte al nulla? La vacuità è una, o semplicemente risponde al verbo “non essere”? E se non è una, effettivamente può essere tanti, chi lo sa; ciò che so è che, facendo tap sul video di Union Brescia – Triestina, non accade assolutamente nulla. Ma il nulla non può essere raccontato, non in 2 minuti e 26 secondi di video, eppure l’addetto al montaggio di Sky ci prova, e questo gli fa onore. Userò dunque il singolare per raccontarlo: non il singolare di “video”, bensì quello di abisso. Perché l’ho guardato per due minuti e mezzo e, dopo aver chiuso l’app di YouTube sul mio cellulare, ho spento lo schermo e mi sono visto riflesso, beccandomi nell’esatto istante in cui era l’abisso a guardare dentro di me attraverso i miei occhi vuoti. Occhi che riflettevano il totale di tre tiri in porta delle due squadre, tutti indirizzati verso la stessa porta, quella di Stefano Gori, che però ha dovuto impegnarsi veramente soltanto nella parata finale su Fagioli.

Difficile per l’abisso captare emozione in quegli occhi, messi a dura prova anche dall’esposizione prolungata alle luci blu dello schermo. Gli unici sussulti bresciani nei 90 minuti di sabato sono affidati ai soliti Crespi e Balestrero, con il primo che manca la porta dopo un guizzo che l’aveva portato di fronte a Matosevic, e il secondo che scorre a pochi centimetri da un vantaggio che sarebbe stato quanto mai immeritato. In due minuti e mezzo così pieni di vita, difficile per chi seleziona i frame trovare spazio per inserire il gol di Vertainen al 59’, annullato però per una posizione di fuorigioco. La domanda che mi sorge spontanea è: come mai omettere una situazione potenzialmente interessante all’interno di un video che evidentemente non lo è?

Mettiamoci nei panni di quei giornalisti che nelle ore successive volessero scrivere l’articolo sulla partita: come dovrebbero fare? Questa tendenza a omettere gol annullati, rigori non dati, interventi VAR, rischia di spingere i cronisti nell’abisso, costringendoli a fare qualcosa di assolutamente sconsiderato: guardare le partite di Serie C. E io non so voi, ma non voglio arrivare a tanto. Scherzi a parte, ogni partita dell’Union Brescia io la passo negli studi di Radio Bruno, aggrappato ai racconti di Cristiano Tognoli per evitare di cadere io stesso nell’abisso. Perché alla fine l’abisso non è il video di un match finito 0 a 0, ma la convinzione che quel video possa essere il ritratto esatto della realtà. L’idea che due minuti ne possano riassumere novanta è come la sensazione di conoscere una persona a fondo dopo un primo appuntamento. Ed è quello, per me, l’abisso: la sensazione che non ci sia più nulla da scoprire, che ci spinge a pretendere che tutto sia in superficie, che ci spinge a non essere curiosi.

Ed è per questo che ogni mio articolo, da qualche settimana a questa parte, comincia con quella che si chiama “supercazzola”: perché in un mondo che vuole tutto subito e su un piatto d’argento, io il risultato lo nascondo in fondo all’abisso. Un abisso da cui è impossibile rialzarsi solo con le proprie forze, come sta provando a fare la Triestina nonostante la pesante penalizzazione, ma dal quale non è detto che non ci si possa togliere delle soddisfazioni, come un pareggio contro la seconda della classe. Dopo le sconfitte con Pergolettese e Albinoleffe, l’Union Brescia si inceppa nuovamente contro una squadra della periferia della classifica e adesso, una fermata alla volta, Trento sembra sempre più vicina.

Perché se ti fermi a fissare il Trento, finirà che sarà il Trento a fissare te. Negli occhi. Da molto, molto vicino.

 

A cura di Fabio Mansueto

 

Immagine di: Il Piccolo