Francesca e la danza contro l’anoressia: «Così ho ricominciato a vivere»

Sul palco del Teatro Gloria di Montichiari, Francesca Gatti ha ricevuto una borsa di studio da DIDance Lab. Ma quella consegnata dalla direttrice Silvia Frecchiami non è stata soltanto un premio al talento. È diventata il simbolo di una rinascita, di un percorso difficile e di una testimonianza che Francesca, 21 anni, ha scelto di raccontare pubblicamente: la sua battaglia contro l’anoressia.

Davanti al pubblico, la giovane ballerina ha parlato senza filtri di disturbi alimentari, dolore, paura, isolamento e del ruolo decisivo che la danza ha avuto nel riportarla verso la vita. Una storia personale, ma anche un messaggio collettivo, perché i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione non riguardano solo chi ne soffre direttamente: coinvolgono famiglie, scuole, educatori, amici e comunità intere.

Francesca lo dice con lucidità: «I disturbi alimentari si manifestano in tanti modi, ma sono tutte facce della stessa medaglia. Il fronte della medaglia è quello che vedono tutti, il corpo, che in verità può ingannare. Non fa capire esattamente il problema, considerando il peso di una persona inganna». Il punto, spiega, è che non si può leggere una sofferenza così profonda solo attraverso l’aspetto fisico.

«Il pensiero di perdere chili diventa pensiero di sparire»

Nel racconto di Francesca c’è la progressiva perdita di spazio nel mondo. L’insoddisfazione, il giudizio verso sé stessi, la ricerca di uno standard irraggiungibile, il desiderio di scomparire.

«Si è sempre insoddisfatti di sé stessi, non si è mai abbastanza», racconta. «Perdi un po’ di chili e arrivi al pensiero di voler morire, passando per atti di autolesionismo. Si arriva a un punto tale in cui non ci si rende più conto di ciò che sta succedendo, la testa è offuscata, l’anima è assente».

Francesca parla anche del peso dei social e dei modelli di bellezza estremi: «I social per chi soffre di disturbi alimentari sono campi minati, influencer bellissimi che hanno fama e ricchezza sono un termine di paragone pericoloso». Da lì può iniziare un meccanismo feroce: «Vuoi scomparire. Certo, è un meccanismo diabolico: vuoi dimagrire per essere notata, ma allo stesso tempo vuoi scomparire».

La giovane ballerina descrive la malattia come una presenza che occupa tutto: «Più dimagrisco, pensavo, meno spazio occupo nel mondo». Una frase dura, che restituisce la profondità del disagio e la difficoltà di riconoscere in tempo i segnali.

La danza come svolta

Il momento decisivo è arrivato grazie alla danza e all’incontro con una persona capace di vedere oltre la malattia. Francesca racconta che la sua insegnante ha avuto un ruolo fondamentale nella risalita: «Lei mi ha portata in comunità, dove è cominciata la risalita. La guerra non è ancora vinta definitivamente, ma grazie a lei ho vinto battaglie decisive».

La danza, per Francesca, non è stata solo disciplina o movimento. È diventata un modo per riabitare il corpo, non più come nemico da controllare, ma come strumento di espressione, libertà e relazione.

«Lei mi ha costretta a riprendere a ballare perché ha capito che la danza è la mia vita», racconta. «Mi ha invitato a percorrere una strada diversa da quella che percorrevo e ho svoltato. Senza di lei e se non mi fossi trovata in Lombardia forse non ce l’avrei fatta».

Il riferimento alla Lombardia non è casuale. La Regione ha costruito negli anni una rete dedicata ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, con percorsi specialistici e approcci multidisciplinari. Anche le strutture sanitarie lombarde sottolineano come la presa in carico debba coinvolgere più figure: medici, nutrizionisti, psicoterapeuti, dietisti e infermieri, perché la cura riguarda insieme corpo e mente.

L’allarme dei gruppi social

Nel suo racconto Francesca richiama anche un pericolo sempre più attuale: il ruolo del web e dei gruppi online che promuovono comportamenti dannosi. Non solo pagine che normalizzano la restrizione alimentare, ma vere comunità digitali in cui l’anoressia o la bulimia vengono presentate come scelte di vita.

La consigliera regionale Claudia Carzeri, intervenendo pubblicamente sulla vicenda, ha definito la storia di Francesca una testimonianza che «dovrebbe arrivare in tutte le scuole, in tutte le famiglie e in ogni comunità».

«Conosco Francesca e la sua storia mi ha profondamente colpita», ha scritto Carzeri. «Ha trovato nella danza la forza di ricominciare a vivere e oggi ha scelto di trasformare la propria esperienza in una testimonianza di speranza per chi sta vivendo la stessa battaglia».

La consigliera ha poi richiamato l’attenzione sul lato più oscuro della rete: «I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione non sono più un problema nascosto. Oggi si alimentano anche attraverso il web, dove esistono gruppi social e chat che spingono ragazze e ragazzi ad affamarsi, a isolarsi, ad autolesionarsi e a considerare la malattia come uno stile di vita».

Carzeri: «Chi manipola i fragili non deve avere impunità»

Il tema, secondo Carzeri, riguarda direttamente istituzioni, famiglie e comunità educanti. «Come istituzioni dobbiamo tenere le antenne sempre alzate. Genitori, insegnanti, educatori e amici devono imparare a cogliere i primi segnali, senza pensare che siano semplici “fasi” dell’adolescenza».

La consigliera regionale chiede anche fermezza contro chi utilizza il web per spingere giovani e giovanissimi verso condotte autodistruttive: «Serve grande fermezza nel contrastare chi, dietro uno schermo, manipola i più fragili. Chi istiga giovani e giovanissimi a distruggere il proprio corpo e la propria vita non può trovare alcuno spazio di impunità. Occorre individuare questi gruppi, chiuderli e perseguire chi li utilizza per fare del male».

Carzeri ricorda inoltre il ruolo della Lombardia: «Regione Lombardia rappresenta un punto di riferimento nazionale. È tra le regioni che hanno investito maggiormente nella costruzione di una rete dedicata ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, con centri specializzati, percorsi multidisciplinari e servizi di presa in carico che accompagnano i pazienti e le loro famiglie».

Una testimonianza che parla a scuole e famiglie

La storia di Francesca non è soltanto un racconto di sofferenza. È soprattutto una testimonianza di possibilità. Non una guarigione raccontata come favola semplice, ma un percorso fatto di cadute, aiuti, incontri decisivi e battaglie quotidiane.

Il suo messaggio ai genitori è diretto: fare attenzione ai cambiamenti improvvisi, all’isolamento, all’uso ossessivo dei social, alle frasi sul corpo, alla rinuncia al cibo, alla chiusura emotiva. Non sottovalutare, non ridurre tutto a una fase passeggera, non aspettare che il problema diventi evidente solo attraverso il peso.

«Grazie, Francesca, per aver avuto il coraggio di raccontare la tua storia», ha concluso Carzeri. «Le tue parole possono aiutare tanti altri ragazzi a chiedere aiuto prima che sia troppo tardi. E ricordano a tutti noi che, dietro un sorriso, può nascondersi una battaglia enorme, che nessuno dovrebbe affrontare da solo».

Sul palco del Teatro Gloria, Francesca ha ricevuto una borsa di studio. Ma il riconoscimento più grande è forse un altro: aver trasformato la propria ferita in una voce capace di arrivare ad altri. E ricordare che chiedere aiuto non è debolezza, ma il primo passo per tornare a vivere.