“Halmoni”, al MO.CA di Brescia la memoria familiare diventa arte contemporanea

La memoria non è soltanto ciò che resta. È anche ciò che può essere riletto, trasformato, attraversato con uno sguardo nuovo. Parte da questa idea “Halmoni”, la prima mostra personale di Martina Oldani, artista visiva e fotografa milanese classe 1999, in programma dall’8 al 12 luglio 2026 nelle Sale Neoclassiche del MO.CA – Centro per le Nuove Culture di Brescia, in via Moretto 78.

Il titolo della mostra, Halmoni, è una parola coreana che significa “nonna”. Una scelta che apre subito il campo a una riflessione intima e insieme universale: il rapporto con le generazioni precedenti, il valore degli archivi familiari, la vecchiaia, la perdita, il ricordo e il modo in cui le immagini continuano a parlare anche quando le persone che le hanno prodotte non ci sono più.

Curata da Natalie Zangari, la mostra sarà inaugurata mercoledì 8 luglio dalle 17 alle 19 e resterà visitabile fino a domenica 12 luglio, con ingresso gratuito. Il percorso mette insieme fotografia, video, installazione e cianotipia, antico procedimento fotografico che restituisce immagini dalle intense tonalità blu.

L’archivio domestico come punto di partenza

Il cuore del progetto è l’archivio familiare. Fotografie, lettere, appunti e oggetti appartenuti ai nonni diventano il materiale da cui Martina Oldani fa partire la propria ricerca. Non vengono però esposti come semplici documenti privati o testimonianze nostalgiche del passato. L’artista li rielabora, li sposta dal loro contesto originario e li trasforma in nuove possibilità narrative.

L’archivio, in “Halmoni”, non è un luogo chiuso. È piuttosto uno spazio aperto, un organismo vivo, capace di generare domande e significati diversi ogni volta che qualcuno lo osserva. Una fotografia conservata in un cassetto, una frase appuntata di fretta, un oggetto dimenticato diventano frammenti di una storia che supera la dimensione familiare e riguarda tutti.

La mostra si muove quindi su un crinale delicato: parte dall’autobiografia, ma non resta confinata nell’esperienza personale. La vicenda privata diventa una chiave per interrogare il rapporto tra tempo, immagini e identità.

Il blu della cianotipia e la trasformazione delle immagini

Un ruolo centrale nel percorso è affidato alla fotografia e in particolare alla cianotipia, tecnica nata nell’Ottocento e caratterizzata dal tipico colore blu di Prussia. In questa mostra il procedimento non ha soltanto un valore estetico, ma diventa un modo per trasformare la natura stessa delle immagini.

Le fotografie, attraverso il passaggio alla cianotipia, perdono parte della loro funzione documentaria e assumono una dimensione più sospesa. Non sono più soltanto prove di ciò che è stato, ma superfici emotive, tracce, presenze. Il blu diventa quasi un filtro della memoria: allontana l’immagine dal realismo immediato e la porta in uno spazio più profondo, dove il ricordo non è mai identico a sé stesso.

È qui che il lavoro di Oldani trova una delle sue chiavi più forti. La memoria non viene trattata come archivio immobile, ma come materia sensibile. Qualcosa che si modifica, si scolora, ritorna, cambia forma.

Vecchiaia, relazioni e memoria condivisa

Se il progetto nasce da una storia familiare, “Halmoni” si allarga anche a una dimensione sociale. La mostra comprende infatti gli esiti di un laboratorio sviluppato insieme agli ospiti della Fondazione Biffi – Residenza Villa Antonietta, ampliando la ricerca dell’artista verso un terreno partecipativo.

La vecchiaia non viene raccontata come marginalità o sottrazione, ma come patrimonio di esperienze, relazioni e memorie ancora capace di produrre narrazioni nuove. In questo senso la mostra lavora contro una delle rimozioni più frequenti del presente: l’idea che ciò che è anziano appartenga solo al passato.

Al contrario, il progetto di Oldani guarda alla terza età come a un luogo vivo, abitato da racconti, gesti, immagini e saperi che possono ancora entrare in relazione con chi osserva. È una riflessione sulla trasmissione tra generazioni, ma anche sulla responsabilità dello sguardo: cosa decidiamo di conservare, cosa lasciamo cadere, cosa siamo ancora capaci di ascoltare.

Una giovane artista tra fotografia, pittura e memoria

Martina Oldani nasce a Milano nel 1999. Artista visiva e fotografa, lavora su un linguaggio espressivo che attraversa pittura, fotografia e produzione multimediale. La scelta del mezzo, nel suo percorso, non appare mai casuale: dipende dalla poetica dell’opera e dalla necessità di tradurre concetti astratti, percezioni sensoriali e stati interiori in immagini, colori e impressioni su carta.

La sua ricerca è legata ai temi della memoria, del tempo e della morte, con uno sguardo introspettivo e autobiografico. In “Halmoni” questi elementi trovano una forma compiuta, costruendo un dialogo tra storia privata e immaginario collettivo.

Il MO.CA diventa così lo spazio in cui un archivio domestico esce dalla dimensione familiare e si apre alla città. Non per essere spiegato una volta per tutte, ma per essere attraversato.

Ingresso gratuito e performance conclusiva

La mostra sarà visitabile al MO.CA – Centro per le Nuove Culture da giovedì a domenica, dalle 10 alle 19, con ingresso gratuito. Il programma si chiuderà domenica 12 luglio con una performance del collettivo M1_M3, costruita a partire dall’archivio di vinili dell’artista, altro materiale legato all’elaborazione del progetto.

Anche questo passaggio conferma la natura multimediale di “Halmoni”: fotografia, oggetti, suono, memoria e presenza performativa diventano parti di un unico discorso. Un invito a guardare le immagini non come resti muti, ma come luoghi ancora capaci di generare relazione.

Con la sua prima personale, Martina Oldani porta a Brescia una mostra fragile e densa, intima ma non chiusa, in cui ogni ricordo privato sembra porre una domanda pubblica: quanto delle nostre vite resta negli oggetti, nelle fotografie, nelle parole custodite da chi viene dopo di noi?

(Immagine da frame video)