Il Silenzio delle Città Vuote. A cura di Eliana Vinciguerra

La nebbia estiva che sale dalle sponde del lago nei pomeriggi di luglio porta con sé un silenzio strano, quasi sospeso. È il segno che il grande esodo è cominciato. Le città si svuotano, i portoni dei palazzi si chiudono uno dopo l’altro con un tonfo secco e le strade, che fino a poche settimane prima erano alveari di fretta e clacson, si trasformano in enormi navate deserte, dove persino il passaggio di un gatto sembra fare rumore. Alla mia età, guardare le città vuote mentre la gente corre in vacanza non è un esercizio di malinconia, ma una straordinaria occasione di osservazione psicologica e spirituale. È come se il mondo, spogliato della sua maschera quotidiana, mostrasse finalmente la sua vera struttura. C’è qualcosa di profondamente rituale nel modo in cui l’essere umano contemporaneo affronta la vacanza. Spesso non si tratta di un autentico desiderio di riposo, ma di una fuga nevrotica dall’Ego quotidiano. Per mesi accumuliamo tensioni, scadenze e obblighi, tesserci addosso abiti di finta efficienza, per poi proiettare sul mese di agosto l’illusione di una salvezza immediata. Si sale in macchina,sperando che un cambio di coordinate geografiche basti a dissipare la nebbia interiore. Ma la psiche non si lascia ingannare dalle valigie. Spesso portiamo nei luoghi di villeggiatura lo stesso identico carico di ansie, trasformando la spiaggia o il sentiero di montagna in un altro palcoscenico dove recitare la nostra fretta.Nel frattempo, chi resta abita la città vuota come un custode silenzioso. Passeggiare in queste strade deserte evoca la stessa sensazione che si prova quando si entra in un teatro a luci spente, dopo che gli attori hanno lasciato la scena. I bar serrati, le vetrine spente e le piazze nude non sono spazi morti; sono spazi in latenza. Nella psicologia dei simboli, il vuoto non è mai l’assenza di vita, ma la condizione indispensabile perché la vita possa rigenerarsi. Proprio come nel disegno di un mandala, dove lo spazio bianco attorno al centro geometrico serve a dare respiro e stabilità all’intera struttura, così la città vuota offre a chi la sa guardare una medicina potente: il silenzio catartico.In queste giornate sospese, il tempo sembra cambiare natura. Non è più il tempo lineare dell’orologio, quello che scorre implacabile e ci costringe a rincorrere il domani, ma diventa un tempo circolare, morbido, aperto all’ascolto. Ci si accorge del respiro dei vecchi alberi nei viali, del disegno delle ombre che si allungano sui marciapiedi caldi, del suono lontano di una radio che esce da una finestra lasciata aperta. Chi resta sperimenta una strana e fiera forma di resistenza passiva. Senza il rumore della folla, siamo costretti a guardare dentro le nostre crepe, a dialogare con la nostra Ombra e a chiederci chi siamo veramente quando nessuno ci osserva o ci chiede di essere produttivi. È un po’ come indossare la pelle d’asino della fiaba: un velo di invisibilità che ci protegge dalle lusinghe del mondo esterno e ci permette di custodire intatto il nostro fuoco segreto.Le città vuote ci lasciano così un insegnamento intimo e intramontabile. Ci ricordano che la vera vacanza, intesa nel suo senso etimologico di “essere vuoto, libero”, non è un luogo fisico da raggiungere a tutti i costi, ma uno stato della mente. Non serve fuggire dall’altra parte del mondo per ritrovare se stessi, se prima non abbiamo imparato a fare spazio dentro il nostro cuore. Quando la folla tornerà, riempiendo nuovamente le strade con i suoi rumori e le sue finzioni, chi ha saputo abitare il silenzio di queste settimane porterà con sé una nuova sovranità interiore. Avrà compreso che, finché sapremo mantenere la nostra argilla morbida e il nostro centro solido, potremo camminare leggeri in mezzo a qualsiasi tempesta, custodi di una pace che non dipende dal calendario, ma dalla nostra stessa, immutata essenza.