Quarantadue anni in Associazione: la testimonianza di gratitudine di Paolo Carrera
Seppur siano trascorsi pochi giorni dall’aver terminato il mio tempo lavorativo e non abbia ancora ben compreso cosa voglia dire essere pensionato, mi piace l’idea di scrivere questa testimonianza di gratitudine per i quasi 42 anni vissuti e partecipati con passione all’interno dell’Associazione Artigiani.
La gratitudine non è scontata, in particolare oggi, in un tempo in cui pare che molte cose siano dovute. Eppure, riflettendo su questo lungo cammino nel quale ho incontrato tante persone, dalle quali ho appreso molto e alle quali spero anche di aver dato tanto, credo che essere grati sia un vero valore. La riconoscenza accompagna la volontà di vedere il meglio nelle cose e, soprattutto, nelle persone, e quando si riesce a farlo ci si sottrae a quella perversa mania contemporanea di voler cercare solo i limiti e i difetti.
Ho iniziato a lavorare avendo come maestro di lavoro il dott. Lino Angelo Poisa, un vero mentore per chi, come me, veniva dal nulla: avevo un diploma e dell’artigianato capivo forse qualcosa, perché nostro padre aveva un’attività commerciale che “teneva in pancia” una componente artigianale, quel tanto che bastava per trasmettere a me e a mio fratello Gabriele, che già aveva iniziato a lavorare in Associazione, un “imprinting” imprenditoriale: non accontentarsi di ciò che serve nell’immediato, ma provare a guardare oltre, misurandosi con la ricerca di soluzioni.
Era molto diverso da oggi l’artigianato degli anni Ottanta: c’era desiderio di trovarsi, di comprendere le norme, di formarsi, ma sempre in un’ottica partecipata, insieme ai colleghi di categoria. In quel contesto il ruolo dell’Associazione, e delle associazioni in generale, non era solo di rappresentanza, ma di accompagnamento e crescita condivisa, un insieme di relazioni umane assai costruttive.
Lì ho compreso davvero cosa fosse l’artigianato, nei suoi più svariati settori, e me ne sono innamorato. Ho percepito la passione, il desiderio di creare, di individuare risposte che la standardizzazione non era in grado di offrire. Ho conosciuto eccellenze, nomi illustri del settore ma soprattutto persone vere: uomini e donne mai scontati, magari senza una scolarità strutturata, ma dotati di una saggezza e di una razionalità operativa non comuni, capaci di rischiare, desiderosi di poter dire: “questo l’ho fatto io”, con orgoglio e responsabilità.
L’artigianato viene spesso raccontato per stereotipi, positivi o negativi che siano, ma poco ho letto e visto parlare di un comparto che ha forgiato lavoratori capaci – a loro volta divenuti artigiani – di competere sul mercato; famiglie dedite al bene collettivo e spesso sminuite perché parte di quel mondo non agiva, e ancora oggi non agisce, nel rispetto delle regole e dell’etica.
Ma lavorare in Associazione, anche in ragione degli incarichi che nel tempo mi sono stati affidati, è stato un privilegio. Ho potuto conoscere le Istituzioni, gli uomini e le donne che le rappresentano, le debolezze della macchina pubblica, ma anche il lavorio silenzioso del dietro le quinte: dipendenti che non diventeranno mai noti, ma che hanno agito e agiscono con dedizione e impegno. Non tutto non funziona: ci sono molte persone, anche in quel mondo, che garantiscono continuità e qualità all’azione pubblica.
Ho conosciuto parlamentari, presidenti e assessori regionali, sindaci e assessori comunali, e in tanti anni ho visto come spesso la politica agisca come su un campo di calcio, per dimostrare di essere gli uni contro gli altri; salvo poi trovare, non di rado, compromessi tra opposti ancor più facilmente che tra correntisti dello stesso partito.
Per il ruolo e per la tradizione della mia Associazione non ho mai fatto percepire il mio pensiero personale: il compito era rappresentare il pensiero e le necessità del nostro comparto, seguendo con chiarezza le indicazioni della Presidenza e della Giunta Esecutiva. Ho però conosciuto bravi amministratori di entrambi gli schieramenti politici e, talvolta, sono stato gratificato dalla richiesta di alcuni di loro di impegnarmi anche politicamente, cosa che non ho mai voluto fare e che mai farei, perché non mi ritengo adatto.
Ho vissuto gli anni del confronto acceso fra le organizzazioni dell’artigianato, ma anche quelli del dialogo. Ho visto crescere persone che poi sono diventate presidenti non solo a livello locale, così come funzionari, come me, divenuti direttori, e con loro ho sempre cercato intese basate sul rispetto reciproco, tenendo fede ai valori della nostra Associazione. Ho apprezzato il ruolo della Camera di Commercio e, di conseguenza, ho compreso il valore del costruire sintesi positive fra le organizzazioni di rappresentanza nonostante le difficoltà talvolta incomprensibili.
Ho avuto il privilegio di lavorare con tanti colleghi d’ufficio, professionisti silenziosi e competenti, vocati a svolgere al meglio i servizi, formandosi continuamente e facendo da filtro strategico con gli artigiani, poco avvezzi alla burocrazia ma capaci di affidarsi con generosità alle persone. I miei colleghi sono stati e sono un riferimento importante per me, e lo devono essere per gli amministratori dell’Associazione, perché da loro ho appreso quelle “confidenze” degli artigiani che nelle assemblee non emergono e che mi hanno consentito di comprendere il comparto nella sua dimensione più autentica.
Gratitudine, sì, perché quando si parte a vent’anni non si può sapere dove porterà il proprio percorso. E solo alla fine, se quel cammino è stato vissuto con impegno e passione, ci si accorge che il valore più grande non è ciò che si è fatto, ma ciò che si è ricevuto lungo la strada!
Paolo Carrera
